Oggi per la rubrica "Mille e uno sport" intervistiamo Davide Canfora, allenatore della DiPo Vimercate, arrivata quest'anno ai play off del girone M della Prima Categoria.
Domanda: Chi
ama il calcio non lo abbandona mai… per quanto tempo hai praticato questo sport
e quando hai deciso di dedicarti all’attività di allenatore?
Risposta: Ho
iniziato a giocare a calcio ”seriamente” (intendo in un club) all’età di 9
anni. Come per tutti i ragazzi della mia età era ovviamente lo sport principe e
far parte di una squadra organizzata era motivo di orgoglio. Ho continuato a
giocare quasi ininterrottamente (brevi pause per servizio militare e nascita
dei figli) sino all’età di 36 anni, quando mi resi conto che l’allenamento era
diventato troppo pesante da sostenere fisicamente ma soprattutto mentalmente. A
quel punto il passo verso la panchina è stato praticamente automatico: da ormai
10 anni faccio l’allenatore con grande soddisfazione, anche se devo dire che le
sensazioni e le emozioni che si vivono da giocatore sono impareggiabili.
D: Calciare
il pallone è un “gioco” che si può fare ovunque e che si fa già da
piccolissimi, quale credi sia l’età giusta per iniziare con la scuola calcio?
R: Negli
ultimi tempi ho sentito di società che reclutano bambini di 5 – 6 anni: secondo
me è troppo presto, nel senso che a quell’età i bambini devono giocare fuori da
ogni schema e devono concentrarsi sull’acquisizione di una buona coordinazione
complessiva. Secondo me iniziare a 7 - 8 anni può essere il momento giusto,
tenendo presente che si tratta pur sempre di bambini che devono innanzi tutto
divertirsi con il pallone senza alcuna attenzione per il risultato. La qualità
degli istruttori della scuola calcio è fondamentale: a questa età i bambini
sono in piena crescita che deve essere salvaguardata e aiutata con
esercitazioni adeguate alle loro esigenze.
D: Come
vengono strutturati gli allenamenti in base alla fascia di età?
R: Ci
sono diverse fasi della crescita calcistica di un giocatore che devono essere
tenute presenti: la scuola calcio o attività pre-agonistica rappresentano il
momento in cui si devono formare le capacità tecniche dei ragazzi. Gli
istruttori devono insegnare i fondamentali del calcio concentrandosi su
esercitazioni specifiche e introducendo i piccoli giocatori alla partita, che
va sempre vista come momento ludico e di applicazione degli insegnamenti e non
finalizzata al risultato. Il passaggio alla fase agonistica (12-13 anni)
rappresenta il primo grosso cambiamento, in quanto l’allenatore affianca alla
parte tecnica una parte atletica
specifica. Obiettivo di questo periodo (12 – 16 anni) è migliorare le capacità
atletiche e aumentare ritmi di gioco e intensità durante gli allenamenti.
Superata
la fase agonistica, si entra nel cosiddetto calcio dei “grandi”: da qui in
avanti si comincia a giocare il calcio vero, fatto di fisicità, intensità e
tecnica. Gli allenamenti diventano più impegnativi e spesso vengono organizzati
sessioni specifiche per reparto.
In
sintesi, l’allenamento di un giocatore durante i suoi anni di crescita parte
con una grossa concentrazione sulla parte tecnica (imparo come si gioca) per
poi gradualmente spostarsi molto sulla parte atletica, pur non dimenticando mai
un continuo “ripasso” dei fondamentali. Personalmente mi piace programmare
qualche sessione tecnica anche con le squadre di adulti, perché ritengo sia
importante ricordare il gesto tecnico e allenare la sua esecuzione in
situazioni di gara.
D: Come,
un bimbo della scuola calcio, viene indirizzato verso il ruolo che più gli si
addice?
R: Non
ho mai allenato in una scuola calcio: ad eccezione del portiere, che è un ruolo
dove è importante una specifica “vocazione” del bambino, io non assegnerei
ruoli particolari soprattutto all’inizio. Il ruolo a mio parere viene assegnato
analizzando le attitudini dei bambini e il loro comportamento nelle varie zone
del campo, per questo non è insolito osservare frequenti cambi di ruolo durante
le prime esperienze dei bambini in una squadra di calcio.
D: Quali
sono secondo te i valori che il gioco del calcio trasmette a chi lo pratica?
R: Il
calcio è un gioco di squadra, pertanto il senso di appartenenza è secondo me il
primo valore che si acquisisce. Lo spirito di sacrificio e la disponibilità di
mettersi al servizio della squadra sono doti importantissime per un giocatore.
Infine io reputo che un buon giocatore debba essere estremamente leale, con i
propri compagni come con gli avversari.
D: Tu
sei papà di un bambino che, ovviamente :), ha deciso di praticare il calcio. Come si fa, da genitori, a mantenere l'obiettività e le distanze senza cercare necessariamente di esaltare o demoralizzare troppo i propri figli?
R: È
difficilissimo. Io oltre a essere genitore sono anche allenatore e quindi è
ancora più complicato. Bisogna cercare la felicità dei propri figli, senza
ossessionarli con quello che il genitore vorrebbe che facesse il ragazzo, anche
perché si rischia di generare una grossa confusione nella testa del proprio
figlio che potrebbe ricevere dall’allenatore indicazioni esattamente contrarie.
L’errore più frequente che un genitore può commettere è di voler veder fare al
proprio figlio quello che non si è riusciti a fare da giovani: questo è
l’inizio di una “tragedia” che potrebbe portare il bambino a disaffezionarsi al
gioco del calcio.
Bisogna
lasciarli liberi, osservandoli attentamente e incoraggiandoli nei momenti di
difficoltà, spronandoli a non arrendersi alle prime difficoltà.
D: Consiglieresti ad
altri genitori di indirizzare i propri figli verso questo sport?
R: Io
vivo il calcio con una passione che per chi non lo pratica è esagerazione:
pertanto non potrei rispondere altro che si. Ritengo tuttavia importante che i
nostri figli siano innanzi tutto indirizzati verso lo sport, perché la pratica
sportiva insegna valori e tiene i ragazzi lontano da molte insidie che possono
incontrare sul loro cammino. Se poi lo sport scelto è il calcio, allora è il
massimo!